martedì 16 febbraio 2010

felicità

La felicità consiste nel provare quello che c'è di bello nella vita. Si tratta di un’abilità individuale, e non di un’eventualità del destino: tutti possono essere felici se imparano a capire come si fa ad esserlo. Infatti, per vivere una vita felice è necessario essere capaci di godere di ciò che già si ha. La felicità non va ricercata nel futuro, ma nel presente, perché non dobbiamo dimenticare che il nostro attuale presente è il futuro che immaginavamo per noi qualche tempo fa. Molti dei nostri desideri sono stati realizzati, ambiziosi traguardi sono stati raggiunti…Ma siamo forse per questo ‘Felici’ ora? La risposta, sono sicura, è ‘no’, o meglio ‘ancora no’. Ognuno di noi ha qualcosa che ancora gli manca per essere felice: il matrimonio, un lavoro, la carriera, la casa, la laurea, la vacanza…L’evasione dal presente, l’incapacità di prendere decisioni, la tendenza alla procastinazione determinano l’idealizzazione del proprio futuro, che intanto diventa il presente e la storia continua. La felicità, sempre rimandata all’indomani, continua a sfuggire alla nostra esistenza, nell’illusione che qualche forza magica, soprannaturale o anche proveniente da qualche misteriosa area del proprio sé possa finalmente risvegliarsi e risolvere per incanto tutti i problemi. A volte l’infelicità deriva dalla sensazione di non avere o non avere abbastanza, di ciò che è necessario per vivere bene. Molto spesso si tratta di bisogni indotti dall'ambiente sociale ed in particolare da quei ‘persuasori occulti’ che, con logiche sottili ed ingannevoli, cercano di condizionarci nelle scelte e soprattutto nei consumi.

La verità è che, se vogliamo essere felici, possiamo esserlo immediatamente, perché la felicità non è nel futuro, ma nel momento presente: non conta quanto abbiamo, ma quanto riusciamo a godere di quello che possediamo.

E’ inutile trascorrere la vita inseguendo il successo, la fama, i soldi e il potere: mentre lottiamo e competiamo per raggiungere tutto ciò, ci allontaniamo inevitabilmente dai nostri valori e ci rendiamo schiavi di un sistema che da noi vuole sempre di più e sempre di meglio. Solo concentrandoci sul processo anziché sul risultato, allontanandoci dalla competizione e dalle illusioni condizionanti coniate ad arte dagli strateghi della comunicazione, potremo ritrovare la gioia nelle piccole cose della vita quotidiana e ritornare ad impostare la vita secondo i nostri valori.

Infine un’ultima considerazione: solo l’essere umano comprende il senso della morte, perché è nel pacchetto delle sue conoscenze, sin da quando era bambino. La consapevolezza della propria sicura fine lo spaventa e per dimenticare questa paura tenta di esorcizzarla tentando di non pensarci. E’ un comportamento infantile, un meccanismo di difesa basato sulla negazione. La morte esiste e dunque tanto vale tenerne conto. Se la vita deve essere breve, facciamo almeno che sia lieta e lasciamo i tormenti, le angosce, le competizioni, gli accumuli, a quelli che pensano di non dover morire mai.

lunedì 8 febbraio 2010

che cos è il Gohonzon e a cosa serve

Il Gohonzon (in giapponese go indica un titolo onorifico e honzon, oggetto di culto) è una pergamena di carta di riso scritta in caratteri cinesi e sanscrito. Il Gohonzon è l'oggetto di culto lasciato da Nichiren Daishonin: è una copia fedele del Dai-Gohonzon (dai significa grande) iscritto da Nichiren su una tavola di legno e conservato tutt'oggi in Giappone. Il Gohonzon non rappresenta alcuna divinità: è la rappresentazione di ogni elemento della vita degli esseri viventi e insieme dell'universo, indissolubilmente integrati e in costante e profonda relazione. Si prega davanti a esso per elevare la propria condizione vitale e manifestare la Buddità (o Illuminazione).
Si può ricevere un Gohonzon? Dove può essere custodito?
Chi ha deciso di seguire seriamente la strada indicata da Nichiren, può fare richiesta di ricevere il Gohonzon. In Giappone viene conservata una matrice, dalla quale vengono eseguite le riproduzioni. Nelle case private il Gohonzon viene custodito in un mobiletto (butsudan) che deve essere solido, stabile e dignitoso, e collocato nel posto migliore possibile, compatibilmente con la disposizione della casa e con le esigenze di chi ci abita. Il rispetto che si ha verso il Gohonzon equivale a quello che si ha nei confronti della propria vita, per cui è importante prendersi cura dell'altare buddista.

Perché il Gohonzon viene spesso definito come lo specchio della propria vita?
Per usare un'analogia, non riusciremo a vedere il nostro volto e osservare il nostro aspetto senza l'ausilio di uno specchio. Allo stesso modo, essendo comuni mortali dalla saggezza limitata, possiamo scorgere la nostra natura di Budda solo quando ci riflettiamo nello specchio del Gohonzon. Considerare il Gohonzon una sorgente di potere esterna a cui implorare aiuto, impedirà di scoprire il tesoro della Buddità che si cela in ogni persona.

Cosa c'è scritto nel Gohonzon?
È molto complesso descrivere tutto quello che è iscritto nel Gohonzon. Al centro del Gohonzon, scritto in caratteri più grandi, c'è Nam-myoho-renge-kyo-Nichiren. Il fatto che Nichiren abbia iscritto il proprio nome non sta a significare che oggi noi veneriamo la persona Nichiren, ma il fatto che, lodando e invocando la Legge, ciascuno può realizzare la fusione di persona e Legge, armonizzando la propria vita con l'universo. Attorno alla scritta centrale vi sono le condizioni vitali (o dieci mondi), scritte che ricordano i demoni e le funzioni negative, al lato sinistro la scritta "per il presente" e al lato destro la scritta "per il futuro". Cosa significa tutto ciò? Che recitando Nam-myoho-renge-kyo e agendo in sintonia con la Legge dell'universo, le condizioni vitali e le funzioni negative non vengono annullate, ma entrano in relazione con la Buddità.

C'è un punto del Gohonzon sul quale dovremmo concentrarci?
Non c'è un punto preciso dove concentrarsi, si può guardare il punto che viene più naturale. Ci si può concentrare sulla parte centrale, dove ci sono gli ideogrammi di Nam-myoho-renge-kyo, oppure sull'intero oggetto di culto. Gli occhi è bene che siano aperti e rivolti verso il Gohonzon. In definitiva ciò che conta davvero è la serietà e la sincerità della preghiera.

Sono necessarie le offerte dell'acqua, delle candele, delle piante verdi e dell'incenso?
Nichiren Daishonin scrive in una lettera: «Recitare il sutra o semplicemente offrire fiori e incenso, sono tutte azioni virtuose che apportano benefici alla tua vita» (SND, 4, 5). Quello che è fondamentale nella pratica buddista è la recitazione del Daimoku e di Gongyo, ma offrire con sincerità acqua, piante verdi, incenso e candele dimostrano l'apprezzamento che manifestiamo verso la nostra vita e di conseguenza anche i benefici che ne trarremo saranno maggiori. Ma ciò non significa che se una persona non offre candele o piante verdi non otterrà benefici. Se in casa ci sono dei bambini o se candele e incenso possono rappresentare un problema, cercate una soluzione con buon senso. Il punto fondamentale è nutrire nel proprio cuore il desiderio di avere cura del Gohonzon, tenendo pulito l'ambiente in cui esso è ospitato.

i dieci mondi

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sezione Buddismo
I dieci mondi e il mutuo possesso dei dieci mondi

Il concetto, noto come “i dieci mondi”, rappresenta uno dei modi in cui il Buddismo spiega la vita. Sono i dieci stati o condizioni vitali che si manifestano in tutti gli aspetti dell’esistenza. Ognuno li possiede potenzialmente tutti e dieci, e in ogni momento passiamo dall’uno all’altro. Questo vuol dire che in ogni momento uno dei dieci mondi viene manifestato, mentre gli altri nove rimangono latenti. Partendo dal più basso al più alto, essi sono:

Inferno. È la condizione di sofferenza e disperazione in cui abbiamo la percezione di non essere liberi di agire; è caratterizzata dall’impulso di distruggere noi stessi e tutto ciò che ci circonda.

Avidità. L’avidità è la condizione in cui ci sentiamo dominati da un insaziabile e incontrollabile desiderio di denaro, potere, posizione sociale o di qualunque altra cosa.

Animalità. In questo stato, siamo governati dall’istinto. Non abbiamo freni né la capacità di elaborare pensieri a lunga scadenza. Nel mondo dell’Animalità, si agisce secondo la legge della giungla, per così dire: senza esitare ad approfittare di quelli più deboli di noi e ad adulare quelli più forti.

Collera. In questo stato emerge la consapevolezza dell’io, ma è un io egoista, avido, stravolto, determinato a superare gli altri a tutti i costi e a considerare tutto come una potenziale minaccia per se stesso. In questo stato si tende a dare valore solo a noi stessi e tendiamo a disprezzare gli altri. Siamo fortemente attaccati all’idea della nostra stessa superiorità e non si ammette che qualcuno ci superi in qualcosa.

Umanità (definita anche Tranquillità). È una condizione vitale piatta dalla quale si scivola con facilità negli altri quattro mondi più bassi. Se in genere in questo stato ci comportiamo in modo umano, rimaniamo estremamente vulnerabili alle forti influenze esterne.

Paradiso (o Estasi). Questo è uno stato di gioia intensa derivante ad esempio dalla realizzazione di un desiderio, da una sensazione di benessere fisico, o da una intima soddisfazione. Anche se intensa, la gioia sperimentata in questo stato ha vita breve ed è anche vulnerabile alle influenze esterne.

I sei stati che vanno dall’Inferno al Paradiso sono definiti i sei sentieri o i sei mondi inferiori. Hanno in comune il fatto che la loro comparsa o scomparsa è legata alle circostanze esterne. Prendiamo il caso di un uomo ossessionato dal desiderio di trovare qualcuno che lo ami (Avidità). Quando alla fine incontra davvero questa persona, si sente in estasi e realizzato (Paradiso). Con il passare del tempo, compaiono sulla scena dei rivali e lui è attanagliato dalla gelosia (Collera). Alla fine il suo senso del possesso allontana da lui la persona amata. Distrutto dalla disperazione (Inferno), sente che la vita ha perso ogni valore. In questo caso, per qualche tempo si passa da uno all’altro di questi sei sentieri senza neanche rendersi conto di essere dominati dalle proprie reazioni all’ambiente. Qualunque felicità o soddisfazione ottenuta in questi stati dipende totalmente dalle circostanze ed è quindi effimera e soggetta al mutamento.

In questi sei mondi inferiori, noi basiamo la nostra intera felicità, e quindi la nostra stessa identità, su elementi esterni.
I due stati successivi, Studio e Illuminazione Parziale, emergono quando ci rendiamo conto che tutto ciò che sperimentiamo nei sei sentieri è fugace, e iniziamo a cercare una verità duratura. Questi due stati, più i due successivi, Bodhisattva e Buddità, complessivamente vengono definiti i quattro mondi nobili. A differenza dei sei sentieri, che sono reazioni passive all’ambiente, questi quattro stati più elevati vengono ottenuti attraverso uno sforzo intenzionale.

Studio. In questo stato, cerchiamo la verità attraverso gli insegnamenti o le esperienze degli altri.

Illuminazione Parziale o Realizzazione. Questo stato è simile allo Studio, tranne per il fatto che cerchiamo la verità non attraverso gli insegnamenti di altri, ma attraverso la nostra stessa percezione diretta del mondo.
Studio e Illuminazione Parziale sono chiamati i “due veicoli”. Avendo compreso la fugacità delle cose, le persone in questi stati hanno conquistato un livello di indipendenza e non sono più prigionieri delle proprie reazioni, come invece nei sei sentieri. Spesso, però, tendono a sentirsi superiori alle persone legate ai sei sentieri che non hanno ancora raggiunto questo livello di comprensione. In più, la loro ricerca della verità è principalmente orientata verso se stessi, quindi c’è un grande potenziale di egoismo in questi due stati, e le persone possono raggiungere una soddisfazione con i loro progressi senza scoprire il potenziale più alto della vita umana nel nono e decimo mondo.

Bodhisattva. I Bodhisattva sono coloro che aspirano a ottenere l’illuminazione e nello stesso tempo sono altrettanto determinate a mettere tutti gli altri esseri in grado di fare la stessa cosa. Consapevoli dei legami che ci uniscono a tutti gli altri, in questo stato ci rendiamo conto che qualunque felicità proviamo da soli è incompleta, e ci dedichiamo ad alleviare le sofferenze degli altri. Chi si trova in questo stato trova la maggiore soddisfazione in un comportamento altruistico.
Gli stati dall’Inferno al Bodhisattva sono complessivamente chiamati “i nove mondi”. Questa espressione viene spesso usata in contrapposizione al decimo mondo, lo stato illuminato di Buddità.

Buddità. La Buddità è uno stato dinamico difficile da descrivere. Possiamo parzialmente descriverlo come uno stato di libertà perfetta, in cui siamo illuminati alla verità ultima della vita. È caratterizzato da una compassione infinita e da una saggezza sconfinata. In questo stato, possiamo trasformare armoniosamente ciò che dal punto di vista dei nove mondi appare come una contraddizione insolubile. Un sutra buddista descrive gli attributi della vita del Budda: un vero io, una libertà perfetta dai legami karmici per tutta l’eternità, una vita purificata dall’illusione, e una felicità assoluta. Inoltre, la condizione di Buddità viene fisicamente espresso nella Via del Bodhisattva o azioni di un Bodhisattva.


Cos'è il mutuo possesso dei dieci mondi?

I dieci mondi originariamente erano immaginati come regni fisicamente distinti, in cui gli esseri umani nascevano a seconda del risultato derivante dal karma accumulato. Ad esempio, gli esseri umani nascevano nel mondo dell’Umanità, gli animali nel mondo dell’Animalità e gli dei nel mondo del Paradiso. Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, i dieci mondi sono invece considerati condizioni vitali che tutte le persone potenzialmente possono sperimentare. In qualunque momento, uno dei dieci mondi si manifesterà e gli altri nove saranno latenti, ma costante rimane la potenziale possibilità di un cambiamento.

Questo principio viene espresso anche come mutuo possesso dei dieci mondi, secondo cui ognuno dei dieci mondi possiede in sé tutti gli altri. Ad esempio, una persona che si trova nella condizione di Inferno può, un attimo dopo, rimanere all’Inferno oppure manifestare uno qualunque degli altri stati. L’implicazione fondamentale di questo principio è che tutte le persone, in qualunque condizione vitale si trovino, hanno il costante potenziale di manifestare la Buddità. E' altrettanto importante il fatto che la Buddità si trova nella realtà delle nostre vite negli altri nove mondi, non in qualche luogo a sé stante.

Nel corso della giornata, sperimentiamo diversi stati di momento in momento, secondo la nostra interazione con l’ambiente. La vista della sofferenza altrui può richiamare il mondo compassionevole del Bodhisattva, e la perdita di una persona cara può ricacciarci nell’Inferno. Ad ogni modo, tutti noi abbiamo uno o più mondi intorno ai quali di solito ruotano le nostre attività e alle quali tendiamo a tornare quando gli stimoli esterni si placano. Si tratta della tendenza vitale di base di ognuno, e ognuno l’ha stabilita attraverso le proprie azioni precedenti. Le vite di alcuni ruotano intorno ai tre sentieri cattivi, alcuni oscillano nei sei mondi inferiori, e altri sono principalmente motivati dal desiderio di cercare la verità che caratterizza i due veicoli. Lo scopo della pratica buddista è quello di elevare la tendenza vitale di base e alla fine stabilire la Buddità come condizione di base di ognuno.

Stabilizzare la Buddità come nostra condizione di base non significa liberarsi degli altri nove mondi. Tutti questi stati sono aspetti integranti e necessari della vita. Senza sperimentare le sofferenze dell’Inferno, non potremmo mai provare una sincera compassione per gli altri. Senza i desideri istintivi rappresentati da Avidità e Animalità, dimenticheremmo di mangiare, dormire e riprodurci, arrivando ben presto all’estinzione. Anche se realizziamo la Buddità come nostra tendenza vitale di base, continueremo a sperimentare le gioie e i dolori dei nove mondi. La differenza è che essi non ci domineranno, e noi non ci definiremo in funzione di essi. Basandoci sulla tendenza vitale della Buddità, i nostri nove mondi si armonizzeranno e agiranno a beneficio nostro e di chi ci circonda

venerdì 22 gennaio 2010

IL NOSTRO DIAVOLETTO PUÒ ESSERE IL NOSTRO MIGLIORE AMICO.(L’ARTE DI ASCOLTARE CON GLI OCCHI DEL BUDDA parte 3)


Lo dico scherzando, ma molto seriamente, che il nostro diavoletto è all’interno di noi. E che non va mai in vacanza e non sta mai zitto. Puoi recitare sinceramente quando sei davanti al Gohonzon. Quando dico davanti al Gohonzon voglio dire al Gohonzon dentro di te. E vai avanti nella tua vita quotidiana, per esempio guidando per andare al lavoro, e mentre tu stai guidando il diavoletto sta facendo gli straordinari. E cominci a pensare sulle cose per cui stai recitando, e il diavoletto ti fa una lista di ventuno ragioni per cui non puoi ottenere quello che desideri. Vero? Vi è mai capitato? Certo che vi è capitato. Come reagisci quando il tuo diavoletto determina gli effetti che tu produci nella tua vita?

I pensieri negativi non producono risultati, la tua risposta ai pensieri negativi lo fa. Stiamo parlando di pensieri positivi Hmmmmm quasi quasi lascio perdere, non penso che nessuno possa pensare positivo 24 ore al giorno. Non è normale e non cambia la realtà. Nichiren Daishonin spiega che tutta la vita in ogni momento è composta da queste due forze opposte. Queste due forze del Buddha e l’oscurità interna stanno costantemente lottando una contro l’altra fuori e dentro di noi.

Questa è la natura della vita che dobbiamo accettare. Invece di pensare: "quando diventerò illuminato, il diavoletto cattivo starà zitto e non dovrò mai più sopportare questo", quando studiamo i dieci mondi, impariamo che il mondo del Budda esiste dentro tutti gli altri mondi. Quindi c’è un’altra duplicità in corso, quindi significa anche nel diavoletto cattivo ci sono allo stesso tempo la parte illuminata e quella non illuminata. C’è l’opportunità con i pensieri negativi che sfidandoli diventano la motivazione e la spinta per cambiare la nostra vita, ma dipende tutto da come noi rispondiamo ai pensieri cattivi. Questo può essere utilizzato come il più grande Shoten Zejin in questa vita. Ma c’è anche un pericolo, perché possiede anche una parte distruttiva e in qualsiasi modo scegliamo di vederla e usarla nella nostra vita determina il risultato che produciamo.

Non è l’ostacolo che determina il risultato, è come noi rispondiamo all’ostacolo. Ora partendo da questo presupposto, vediamo che cosa ha a che fare con la parola "responsabilità". Sentiamo questa parola spesso, e ci è detto che dobbiamo prenderci la responsabilità al 100% delle nostre vite. Molti di noi rifiutano di fare ciò, e possiamo anche chiedere " come sto avendo una discussione con Eric. Perché devo prendermi la responsabilità al 100%? C’è anche lui. Penso che la responsabilità sia almeno 50/50"!

Mi sono veramente emozionata quando ho deciso di prendere in mano il dizionario. Ho imparato che in Inglese, la parola responsabilità è composta da due parole, "risposta e abilità". E penso che questa sia la traduzione migliore di quello che Nichiren Daishonin intende per 100% responsabilità. Significa un cambio del karma e di conseguenza un cambio del destino, e un cambio del destino dipende dalla nostra abilità di rispondere ai problemi.

Questo buddismo è chiamato il buddismo della vera causa. Questo c’insegna che nessuno di noi può cambiare il passato. Ma adesso in questo momento con i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, possiamo trasformare qualsiasi cosa.

Comunque quello che è di vitale importanza è essere al 100% nel momento e avere la determinazione di usare la nostra CREATIVITÁ VITALE. Imparare a fare affidamento al Buddha, e non al karma. Vivendo costruttivamente attraverso i nostri pensieri, parole e azioni, possiamo rispondere ai problemi in maniera consistente con la direzione che vogliamo prendere, invece che rispondere nella maniera in cui le cose sembrano apparire.

Mi state seguendo?

Viene chiamato il buddismo della vera causa, perché significa che in questo momento attraverso i nostri pensieri, parole e azioni, posiamo cambiare qualsiasi cosa. E questo è il punto che molte persone non colgono. Quando reciti puoi pensare: "desidero avere la più armoniosa relazione con Eric, ma abbiamo appena litigato". Questo può essere il fatto, ma poi decidi di recitare con questo pensiero: " mi prenderò la responsabilità di sviluppare una fantastica relazione, e mi prendo la responsabilità di superare questo ostacolo che sto vivendo e creare qualcosa di meraviglioso da questo così che avremmo una relazione migliore di quella precedente al litigio". Già questo pensiero da solo crea valore.

Ma spesso quando recitiamo con questa determinazione, forse quello che dopo succede è che io ed Eric litighiamo di nuovo. " ho recitato così produttivamente, perché stiamo litigando di nuovo? Questo non è l’obiettivo per cui stavo recitando". Quello che ci stiamo dimenticando è che questo secondo litigio ci sta dando l’opportunità di trasformare la nostra relazione nel modo in cui abbiamo pregato di trasformarla. Ma possiamo trasformarla solo come decidiamo di rispondere nel momento in cui stiamo avendo il litigio. Qualche volta si parla di momento cruciale nel Buddismo……bene quello è il momento cruciale. È quando si presenta l’ostacolo che dobbiamo decidere chi debba controllarlo se il diavoletto o l’angioletto. Quel momento ci sta fornendo l’opportunità di trasformare il nostro destino nel modo in cui decidiamo di rispondere. Nel mezzo del litigio con Eric, più io entro nella negatività e incomincio a rispondere negativamente, più oscillo nella negatività del problema e più mi porta a mettere cause negative che continuano a ripetere il modello che continua a riemergere da dentro la mia vita.

Il momento dice anche " ecco qua la mia opportunità, e questo è quello per cui stavo pregando." Il punto è che i benefici vengono da voi stessi. Voi create i benefici attraverso i vostri pensieri, parole e azioni. Questa è l’essenza della rivoluzione umana. Rivoluzione Umana significa che dobbiamo affrontare i nostri problemi e difetti ed è il momento di rispondere differentemente.

Ogni volta che rispondiamo differentemente e in armonia con la direzione che vogliamo la nostra vita segua, abbiamo messo una nuova causa per trasformare la nostra vita. Noi trasformiamo in un momento, in un’ora, in un giorno. Ma la parte bella di tutto ciò è che quando impariamo a vedere con la prospettiva della causa e ad usare il buddismo di Nichiren Daishonin propriamente. Allora non stiamo solo vivendo in una teorica comprensione della realtà della nostra vita quotidiana. La vita prende un nuovo significato in momenti come questo, perché invece che essere depressi per un problema. Anziché vedere il problema come un segno che stiamo facendo qualcosa di sbagliato, cercate di vedere tutti i problemi come opportunità di scoprire più bellezza e potere dalla nostra vita.

Problemi sono solo problemi perché veniamo trascinati dentro la parte negativa degli stessi. Quando impareremo come usare ogni problema dalla sua parte illuminata e fare un passo in avanti nella nostra vita costruttivamente poi, durante il processo di trasformazione del nostro destino, possiamo provare felicità. La felicità poi non si manifesta solo nel momento in cui passi un momento difficile. La felicità avviene ogni volta che vinciamo su un problema. Quando smetteremo di soffrire a causa di un problema, allora abbiamo vinto.

Quando posso prendere il controllo in un problema e usarlo positivamente nella mia vita, allora io sono al comando. La vita diventa emozionante e comincio a vedere tutti i miei problemi come la mia missione. La mia missione è vincere sopra ogni cosa. La ragione per la quale nichiren Daishonin ci ha lasciato questo buddismo e per insegnarci come diventare maestri nel risolvere i problemi in questa vita. Ogni essere umano ha dei problemi, e i problemi sono un fatto della vita fintanto che viviamo. Infatti, abbiamo bisogno dei problemi, perché i problemi sono il dolore che ci costringe a continuare a provare ad eliminare i nostri difetti, e ricordate, che i difetti possono essere la nostra area di conforto. I problemi ci obbligano a continuare a sfidarci sempre un pochino oltre a quello che noi pensiamo di poter fare. Quindi essi solo l’imput e la motivazione che continuamente ci costringe giorno dopo giorno a sfidarci un po’ di più. Sono necessari per crescere e di conseguenza diventare felici.

Internamente la nostra vita è quello che Nichiren Daishonin chiama la Legge Mistica, quello che lui chiama il Gohonzon e quello che lui chiama Nam-Myoho-Renge-Kyo, e dice che è illimitato. Il potenziale esiste dentro ognuno di noi adesso e in questa vita. È lì anche senza che noi cambiamo una virgola di noi stessi. Ma dobbiamo imparare come farlo uscire usarlo correttamente come una forza per cambiare per il meglio.

C’è una forza illimitata dentro di noi una condizione vitale forte…ma dobbiamo imparare a farla venir fuori. Tirare fuori la nostra forza vitale è come sviluppare i muscoli del corpo. Questo lo comprendiamo tutti…se vogliamo sviluppare i nostri muscoli dobbiamo fare ginnastica. Il che significa devo prendere dei pesi e esercitarmi. I pesi per un muscolo non sviluppato sono un problema, e ti possono far male mentre continui negli esercizi di sollevamento. Ma il risultato di continuare a sollevare i pesi è che sviluppiamo sempre di più i nostri muscoli. Il mio punto è: la potenza muscolare c’era già dentro i nostri muscoli. Ma non potevamo tirarla fuori finche non abbiamo messo la giusta causa per fare ciò.

L’ARTE DI ASCOLTARE CON GLI OCCHI DEL BUDDA

Di Linda Johnson , SGI-USA WD Leader, nov. 2003 (Abridged), Edito da Adrian Mollica aprile 2004

martedì 5 gennaio 2010

che cos è il gohonzon?



Il giorno che riceviamo il Gohonzon è un avvenimento molto importante perché da quel momento in poi confermiamo la decisione di intraprendere una meravigliosa strada, quella della fede, che ci porta alla Buddità.
Ma cosa c'è scritto nel Gohonzon, che è la nostra vita? Al centro di questa pergamena sono iscritti i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo, seguiti dal nome Nichiren per indicare l'identità di persona e Legge. Gli altri ideogrammi sono per lo più nomi di personaggi scelti dal Daishonin per rappresentare tutte le funzioni positive e negative inerenti alla nostra vita, ma «illuminate dai cinque caratteri della legge mistica, rivelano la natura illuminata che possiedono intrinsecamente» (Il vero aspetto del Gohonzon, SND, 4, 202).
Quindi recitare Nam-myoho-renge-kyo di fronte al Gohonzon in qualsiasi condizione spirituale o materiale nella quale ci troviamo, ci permette di innalzare il nostro stato vitale e manifestare la nostra Buddità: è la Cerimonia nell'aria alla quale prendiamo parte tutte le volte che facciamo Gongyo e Daimoku.
In molti suoi scritti il Daishonin ci indica uno dei fattori più importanti per sviluppare la nostra fede nel Gohonzon e poterlo comprendere e cioè che non è qualcosa che esiste staccato da noi. Ad esempio nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza afferma: «Tuttavia, se reciti e credi in Myoho-renge-kyo, ma pensi che la Legge sia al di fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma qualche insegnamento imperfetto» (SND, 4, 4).
In un certo senso tutto ciò è veramente difficile da comprendere, dal momento che noi tutti percepiamo il Gohonzon come un oggetto del nostro ambiente e siamo naturalmente portati a fare una distinzione tra ciò che sta dentro di noi e ciò che è al di fuori. Recitare rivolgendosi a qualcosa "al di fuori" somiglia in qualche modo all'idea di venerare un idolo. L'uomo per troppo tempo ha continuato a tracciare una linea di demarcazione tra queste due cose, è tutto ciò è stato sempre causa di enormi sofferenze, credendo che la risposta ai problemi dell'esistenza stesse nel modificare l'ambiente piuttosto che in un cambiamento radicale e profondo della propria vita.
Siamo noi, e solo noi, che possiamo cambiare ogni situazione, anche la più disperata ed è per questo che è importante proteggerlo, perché è l'unico mezzo che abbiamo per fare la nostra rivoluzione umana.
La cosa fondamentale che il Daishonin ci insegna è che per far "funzionare" il Gohonzon dobbiamo sempre guardare noi stessi perché il suo grande potere si trova nell'incredibile saggezza e fortuna che quando recitiamo Gongyo e Daimoku sgorgano dalla nostra vita. Quindi non dobbiamo commettere l'errore che facciamo spesso nei riguardi della pratica buddista, cioè oltre a credere che il Gohonzon sia al di fuori di noi, pensare che la Buddità si trovi in qualche altro posto o situazione; dovremmo riflettere su questi aspetti, sia che si pratichi da poco tempo o da tanti anni altrimenti come ci ricorda il Daishonin:

«Se cerchi l'Illuminazione al di fuori della tua mente, qualsiasi disciplina o buona azione sarà priva di significato. Per esempio, un povero non potrà guadagnare un centesimo contando le ricchezze del suo vicino, anche se lo fa continuamente giorno e notte» (SND, 4, 4).

Quindi aver incontrato la pratica buddista è una immensa fortuna che va saputa apprezzare perché possiamo veramente costruire delle vite piene di gioia e lasciare dietro di noi dei meravigliosi ricordi.

Buio

E' passato più di un anno e sono ancora in alto mare...
operazione..tac, lastre ,cura per sospetta tbc...e ancora nn si è sicuri di aver imboccato il percorso giusto..da circa due mesi sto prendendo( tre che sono diventati due) antibiotici per una sospetta tubercolosi pleurica..
Dall' ultimo controllo, terminati i due mesi di profilassi,nn c' è stata nessuna risposta..nella tac,nelle lastre non c' è stato nessun cambiamento..anzi i gettoni della tac dopo quella iniziale si sono ispessiti..quindi la cura non è quella giusta..Il medico di villa marelli si sente di continuare..dice che è una sicurezza per la vita visto ciò che ho avuto..(un par di palle..facile nn la fa lui..se nn ce n è bisogno meglio evitare tutti qti anti)
Dopo le feste prendono appuntamento a niguarda per una pet,che in realtà era già stata consigliata anche al Sacco e non capisco perchè abbiano aspettato fin ora..Bhè farò questo esame perchè alla fine anche loro non sanno che pesci prendere e nn hanno capito cos ho..questo esame serve per vedere se il tessuto è vivo o cicatrizzato e per eventuali infiammazioni..forse anzi spero esca qsa di più concreto qsa che serva a capire la causa di tutto questo..intanto l eterna febbricola che avevo prima dell operazione che sucessivamente era passata,è tornata e non va benissimo..è indice di infiammazione e indice che probabilmente nn sono curata per cio che in realtà ho..
Non so cosa accadrà più avanti ma mi auguro che questa odissea possa finire che esca ciò che ho..
Ora ho deciso di prendere il gohonzon a fine gennaio..l avevo deciso a giugno ma poi sono stata ricoverata..ora sabato 9 andrò con Olga al kaikan all assemblea che ci sarà per chi dovrà riceve il gohonzon...quindi ci saranno tremila demoni che attaccheranno come sempre...ma la mia determinazione mi porterà fino infondo..ela mia vita cambierà sicuramente..il 2010 sarà l anno delle sfide vinte..delle vittorie e realizzazioni personali..ci sarà una casa un bimbo un lavoro e prima di tutto ci sarà una guarigione definitiva..una lotta che vincerò..il gohonzon sarà il mio punto di riferimento..il centro della mia vita..il gohonzon sono io..con la mia sofferenza e con la mia voglia di vederci chiaro e andare fino infondo..nonostante le mie paure e gli alti e bassi..
Penso che piu si soffre piu si comprende la sofferenza altrui..si stà male ci si sente al buio completo..ci si crogiola nel proprio malessere ci si abbandona e nn si vede speranza..questa è la parte oscura..,.Poi c è il buddismo..in cui si soffre..si ha paura ci si sente al buio completo ma si ha la voglia e la forza di lottare e di credere nella luce con i propri alti e bassi col proprio carico negativo che ogni tanto ci fa visita..ma col daimoku tutto si puo trasformare..
Chi soffre e chi è malato come me capisce profondamente come si cambia e come ci si sente ma col gohonzon c e uno strumento in più per vincere.Ieri un mio compagno di fede mi ha inviato qto mess: fare tutto ciò che possoè normale,fare al di là delle mie capacità è una sfida,dove finiscono le mie capacità comincia la mia fedee una forte fede vede l invisibile,crede l incredibilee ottiene l impossibile daisaku ikeda..magnifico insegnamento..
E' cosi intenso ciò che provo mentre leggo queste parole e sto recitando tutti i giorni per rinforzare la mia fede e per non sentire paura nel cuore..recito per la mia felicità e quella di tutte le persone che conosco che soffrono..voglio sostenerle perche solo questo mi rende felice e mi fa provare un senso di utilità in questo periodo fermo della mia vita..voglio diventare migliore voglio molte cose che realizzero in questo anno..devo guarire e si deve capire cos ho dalla pet..voglio crederci e andrà così...
Un grande carattereè forgiato dalle difficoltà.Sopravvivere a una vita di sofferenze di tempestosi alti e bassi forma individui di grande personalità.La vera felicità si formain questo stato vitale indistruttibile.

mercoledì 11 novembre 2009

domenica, 28 novembre 2004

Come pregare? A cosa dobbiamo pensare quando siamo davanti al Gohonzon?


All’inizio del capitolo “Hoben” del Sutra del Loto, troviamo scritto: “A quel tempo…”.
"A quel tempo" indica il momento in cui abbiamo qualche difficoltà o vogliamo realizzare un nostro desiderio a ogni costo, sia personale che per kosen-rufu. È un momento chiave e il nostro ichinen in quel momento è determinante.
In quel momento dobbiamo:
1) stabilire lo scopo
2) determinare di realizzarlo
3) recitare Daimoku
4) agire
Solo così facendo si manifesterà l'effetto.
Perché dunque è così importante avere un obiettivo chiaro? Perché Nichiren Daishonin spiega che i desideri terreni sono Illuminazione (bonno soku bodai). Cioè, i desideri in quanto tali non possono essere Illuminazione, ma possono portare all'Illuminazione attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo.
Se una persona non desidera, non può raggiungere l'Illuminazione, perciò utilizziamo bene ogni desiderio. Se recitiamo senza uno scopo il Gohonzon ci chiederà: «Cosa vuoi da me?».
Diceva il secondo presidente Toda: «Per avere successo negli affari o per propagare il Buddismo, ad esempio, dobbiamo nutrire attaccamento per queste attività. La nostra fede fa sì che, anziché lasciarci controllare dai nostri attaccamenti, li usiamo appieno per diventare felici».
Lo spirito del Sutra del Loto consiste nell'utilizzare i desideri e gli attaccamenti come forza motrice e trasformarli in un "vento in poppa" che ci spinge verso la felicità.
Quando preghiamo davanti al Gohonzon dobbiamo prima chiarire: «Che cosa, entro quando, in che modo». Se preghiamo con una decisione e con un obiettivo chiaro, allora si manifesterà la prova concreta.
Anche nella vita quotidiana, se decidiamo "dove andare", stabiliamo entro che ora "prevediamo di arrivare" e "con che mezzo arrivare", giungeremo alla "destinazione stabilita".
È normale che quando non si sa bene dove andare, perché ancora non si è decisa la meta, non si giunga in nessun posto. Anche quando si è decisa la meta, ma non abbiamo previsto quando arrivarci in concreto e non iniziamo a incamminarci, non arriveremo mai.
Se partiamo diritti verso la meta, ma, quando a un certo punto la strada diventa difficile, pensando che non riusciremo mai ad arrivare cambiamo idea oppure per stanchezza smettiamo di proseguire, non avremo nessun risultato.
Solo quando pratichiamo decidendo che cosa, entro quando, in che modo cioè la meta, il tempo di arrivo e l'azione dopo aver pregato, emergerà il beneficio e una chiara prova concreta, cioè arriveremo alla meta così come avevamo deciso.
Se girovaghiamo, senza decidere la meta, per tornare poi indietro, diventa una semplice "passeggiata". L'atteggiamento nella fede caratterizzato da una decisione e da un obiettivo poco chiari si può chiamare fede da passeggiata.

È importante stabilire obiettivi relativi al proprio cambiamento personale (cose da risolvere, cosa trasformare del proprio karma, cose da migliorare, cose che desideriamo realizzare) e contemporaneamente obiettivi di attività buddista per accumulare cause di fortuna.
Se decidiamo gli obiettivi dell'attività, ma gli obiettivi del proprio cambiamento personale sono poco chiari, anche se otterremo il risultato dell'attività non miglioreremo.
Accumulando i benefici ottenuti, la fede si approfondisce.
Accumulando solo esperienze di attività, la fede non si approfondisce ma, al contrario, un giorno nasceranno dubbi; ad esempio, dopo cinque o dieci anni di pratica ci chiederemo: «Ma cosa ho realizzato nella mia vita?».
Perciò non dimentichiamo mai l'eterno principio della Soka Gakkai la fede è uguale alla vita quotidiana.

Si può trasformare l'impossibile in possibile?
Nel Gosho Sulle preghiere Nichiren Daishonin afferma: «Può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire e rifluire o che il sole sorga a ovest, ma non accadrà mai che la preghiera di un devoto del Sutra del loto rimanga senza risposta» (SND, 9, 182).
Nell'Esegesi del vero oggetto di culto il patriarca Nichikan Shonin scrive: «Se solo prendi fede in questo Gohonzon e reciti Nam-myoho-renge-kyo, anche soltanto per poco, nessuna preghiera resterà senza risposta, nessun peccato rimarrà senza perdono, tutta la fortuna sarà concessa e tutta la giustizia sarà provata».
Naturalmente questo accade quando pratichiamo con una grande convinzione nel Gohonzon, così come afferma il presidente Ikeda: «Pregare, sforzarsi e avere una grande convinzione "affidandosi completamente al Gohonzon" è fondamentale. Quando dal profondo del nostro cuore, recitiamo "nam alla Legge mistica", emergono dalla nostra vita una saggezza e una forza infinita. L'impossibile diviene possibile. La base è sempre la preghiera. Se ci dimentichiamo di pregare e cerchiamo razionalmente dei metodi, finiremo col girare a vuoto, fino ad arrivare a un punto morto».
Recitare "nam alla legge mistica" significa "affidare la propria vita". In altri termini nam significa pregare e affidarsi al Gohonzon.
Quando recitiamo nam al Gohonzon, dal profondo del cuore, emergerà dalla nostra vita una robusta forza vitale e una saggezza al di là di ogni immaginazione e l'impossibile diverrà possibile.
Pur pregando, se una persona continua a concentrarsi solo sul metodo, rimuginando fra sé: «Non so più cosa fare, non so più dove sbattere la testa», gira a vuoto e finisce per trovarsi in un vicolo cieco. Con questo atteggiamento si sta "preoccupando e basta", ha dimenticato il Gohonzon e si sta semplicemente "illudendo".
Decidere di risolvere con la fede vuol dire "preoccuparsi con la fede". Una volta che abbiamo abbandonato tutti gli stratagemmi, attraverso la nostra preghiera si aprirà la strada.

L'importanza di pregare con un forte ichinen.
«Sto pregando intensamente come se dovessi accendere il fuoco con la legna bagnata o estrarre l'acqua dal deserto, affinchè, nonostante questa sia un'epoca di disordini, il Sutra del Loto e le Jurasetsu proteggano ciascuno di voi» (Cancellare le colpe denunciando le offese alla legge, SND, 7, 172).
Questa frase di Gosho insegna che nei momenti critici è necessario recitare Nam-myoho-renge-kyo con questo tipo di ichinen.
Quando abbiamo una grande difficoltà o una sofferenza che non riusciamo a risolvere, o quando non sappiamo più cosa fare, non c'è altra soluzione che, pur sapendo razionalmente che è impossibile, pregare con convinzione così: «Gohonzon, risolverò questo problema a ogni costo!».
Mantenere la determinazione fa nascere la prova concreta.
Se l'ichinen della preghiera è forte, sicuramente realizzeremo il nostro obiettivo. Invece se recitiamo con unichinen debole, pensando per esempio: «Sarebbe bello se andasse così», oppure «Gohonzon aiutami» o ancora «Se faccio Gongyo e Daimoku qualcosa accadrà», non è una preghiera. Inoltre pregare pensando dentro di sé: «Tanto è impossibile»; è uguale a non avere fede nel Gohonzon e allora la nostra preghiera non si realizzerà.

Una fede debole
Una pratica basata sull'inerzia dà vita a un circolo vizioso di inerzia e vacuità. Una preghiera idealistica o senza serietà non darà un effetto chiaro. Ci sono dei casi in cui dubitiamo, pensando: «Mi sto sforzando così tanto nella fede ma i miei desideri non si realizzano». Ma il fatto che non emergano i benefici non è colpa del Gohonzon; è necessaria una riflessione sulla propria fede.
Pensare di realizzare i nostri desideri per il semplice fatto di avere il Gohonzon in casa e di fare Gongyo e Daimoku ogni giorno non è corretto.
Anche se pensiamo: «Mi sto sforzando così tanto!» il punto è «Con che tipo di ichinen ci siamo sforzati fino a ora?». Perché se ci siamo sforzati col senso di dovere, o per inerzia, o credendo in modo formale, non potremo ricevere un vero beneficio. Dovremmo portare avanti una pratica coraggiosa con un ichinen solido e una preghiera chiara e concreta.

Quanto Daimoku è necessario recitare?
È una domanda molto frequente. La quantità di Daimoku non è qualcosa che possono decidere gli altri, ma noi stessi. Quindi, ognuno di noi, riflettendo sulla quantità di Daimoku necessaria per superare un problema o per migliorare se stesso, decida una quantità e si sforzi di metterla in pratica.
Esiste un consiglio tramandato dalla Soka Gakkai di recitare un milione di Daimoku quando c'è un problema da risolvere. Nel mondo della fede non si può paragonarsi agli altri, pensando: «Dato che gli altri recitano tre ore al giorno, voglio fare anch'io così», oppure rivaleggiare, oppure pregare con senso del dovere o in modo formale. Infine non si recita Daimoku fine a se stesso, senza un obiettivo chiaro; è un errore scambiare la quantità di Daimoku per il nostro obiettivo finale e occorre sempre riflettere se la nostra preghiera è concreta o meno.
È importante dunque stabilire autonomamente: «Per risolvere questo problema decido di recitare un milione di Daimoku». Realizzare un milione di Daimoku in tre o sei mesi o in un anno, è sempre una decisione personale. Una volta presa la decisione, se ci si sforza di realizzarla, emergerà l'effetto. Quindi ognuno, mantenendo la propria personalità e organizzando bene la propria vita personale, ritagli il tempo nella sua giornata per pregare seriamente e partecipare con gioia alle attività per la realizzazione dikosen-rufu.
Inoltre è importante tenere a mente che Gongyo non è un dovere ma un diritto per diventare felici. Non dimenticando che lo facciamo per noi stessi, recitiamo Gongyo e Daimoku con una "fede forte" che si manifesta in una "decisione forte". Praticando in questo modo la nostra condizione vitale si innalzerà immensamente.
Quindi quando abbiamo una difficoltà è basilare recitare Daimoku con un obiettivo chiaro, con un forte ichinen (cioè con una ferma determinazione) e con cuore sincero.

(da: "Il nuovo rinascimento", n.314)

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fede, daimoku, il gohonzon, il karma, gongyo

giovedì, 18 novembre 2004

Le otto sofferenze (II parte)

Non ottenere ciò che si desidera
Una sofferenza che si ricorda di aver provato da quando si ha memoria di sé: desiderare qualcosa e non riuscire a ottenerla. I bambini e le bambine vogliono con tutto il loro essere quando vogliono: anima e corpo, e non c’è altro all’orizzonte se non il loro desiderio. Poi si cresce, e si desidera in maniera più mediata, raffinata, soffusa, anche se la capacità adulta di soffrire per un desiderio inappagato resta sostanzialmente inalterata. Diventa motivo di sfiducia, disperazione, un’ipoteca sull’esistenza. Può condurre a un pessimismo sistematico di fronte a ogni difficoltà, a una fissazione che distoglie da ogni altro aspetto della realtà, alla totale rinuncia a vivere. […]
«Questo Sutra esaudisce i desideri. È l’acqua fresca e limpida del laghetto che placa la sete». Parole di Shakyamuni, scritte nel XXIII capitolo del Sutra del Loto, e riprese da Nichiren Daishonin nel Gosho Risposta a Kyo’o.

Ma se l’acqua del laghetto placa la sete, perché ci si ritrova a bocca asciutta? Se ogni preghiera avrà una risposta, perché la voce sembra rimbalzare su un muro sordo? Esistono forse desideri giusti e desideri sbagliati?
Nichiren lo dice chiaramente: i desideri terreni sono Illuminazione, […] allo stesso modo in cui il Budda e il comune mortale non sono due entità separate, e la vita e l’ambiente del Budda non trascendono l’esistenza dei comuni mortali. […] Però, per avere percezione di questa identità potenziale, occorre ampliare il campo visuale: come dice Nichiren, «purificare i sensi».
Dunque non esistono desideri giusti o sbagliati di per sé. Quello che conta è non rimanere troppo affezionati all’ambito percettivo del presente […] Nichiren ci esorta ad avere fiducia nel fatto che potremmo avere un orizzonte molto più allargato, al cui interno anche i nostri desideri possono mostrarsi sotto una nuova luce. […] Come quando si parte per un viaggio: si mettono in valigia molte cose inutili, e si dimentica sempre qualche cosa di essenziale. Solo al ritorno appare tutto chiaro, mentre prima non si immaginava che, in un altro luogo, i desideri sarebbero stati diversi. In modo altrettanto naturale, nel corso della vita accade che i desideri cambino, cambino le graduatorie e le priorità che si attribuiscono ai sogni e alle necessità. È un percorso fondamentale, da cui dipendono lo spessore e l’ampiezza che prenderà la nostra esistenza.
Quella che va chiarita è la relazione tra noi e il nostro oggetto del desiderio, il modo in cui ci poniamo di fronte a esso e il senso che gli attribuiamo. Illuminare tale relazione è ciò che ci consente di vedere i nostri desideri, perché essi non diventino padroni del nostro destino.
(Marina Marrazzi)

Doversi incontrare con chi si odia

Odio verso chi rispecchia quella parte di sé che non si vuole vedere o riconoscere; rifiuto della diversità, quale che sia; odio verso se stessi o verso gli altri, che arriva fino alla violenza, e in molti casi anche alla morte. Situazioni che hanno tutte, a ben vedere, un denominatore comune. Lo stato vitale. Sconsolatamente relegato nei mondi più bassi.
Cosa significa? Significa che chi non si ama è destinato a incontrarsi. In che modo? Nei modi tipici dei tre mondi inferiori di inferno, avidità e animalità». E questi “modi”, a ben riflettere, possono essere “infiniti” come afferma più avanti lo stesso sutra. Chi “si odia” si può incontrare fisicamente o mentalmente. È, per esempio, possibile tornare continuamente, con il pensiero, a un episodio che si è verificato dieci anni prima, e provare lo stesso sconfinato rancore (Inferno). Si può nutrire il desiderio implacabile di vedere concretizzarsi l’oggetto del proprio odio, anche se nella realtà non esiste, e quindi essere costretti a trovare un responsabile, un colpevole, una causa (naturalmente esterna) alla situazione che si sta vivendo, qualunque cosa sia successa (Avidità). Si può incontrare una persona che scatena odio furibondo per la sua sfacciata fortuna (Avidità). Un’altra che porta via l’uomo o la donna che si ama e che con ciò obbliga – e come potrebbe essere altrimenti? – a detestare persino il muro su cui ha appoggiato la mano (Animalità). […] L’odio e il rancore sono, perciò, espressione dei mondi bassi.

Nel Buddismo il problema di chi riceve un torto o di chi sente odio verso un’altra persona, è capire, o meglio arrivare a “sentire”, che esiste una ragione se si incontra una persona piuttosto che un’altra, che c’è un motivo, e anche potente. E che questo è il proprio karma.
Se una situazione crea sofferenza, è solo e nient’altro che l’espressione del karma. E per cambiare il karma ci vuole tempo, fatica, Daimoku. Molto, molto Daimoku. […] D’altra parte soffrire, e quindi provare la sofferenza che deriva dall’«incontrarsi con chi si odia», come scriveva Nichiren Daishonin, è umano. […] Quello che dobbiamo pensare è che è troppo facile essere sereni tra persone che ci rendono sereni; il vero risultato si ha quando riusciamo a non recepire l’odio, o almeno il fastidio, al cospetto di persone che non ci piacciono.
Invece di picchiare gli altri perché ci si sente stressati, vuoti e inutili perché uguali a tutti; invece di farsi a fette mani e cosce perché ci si odia fino all’inverosimile, si potrebbe fare come fa il vecchio giornalista nel filmSostiene Pereira. Alla brutale uccisione del suo giovane amico, pianta un casino memorabile. Ma costruttivo. Di quelli che fanno la storia e che le fanno poi raccontare (alla storia) di come la gente comune si oppone ai soprusi, alla violenza, alla barbarie della dittatura.
(Rory Cappelli)

Doversi separare da chi si ama
[…]
Il dolore di perdere qualcuno è un dolore grande, legittimo, umano, ma se blocca la vita propria o di altri è un dolore che lacera, distrugge. Un dolore dietro il quale si annida spesso il non volere accettare l’esistenza per quello che è, cioè dinamismo, evoluzione, trasformazione. Sono tanti fra santi, saggi e filosofi ad averlo detto con diverse parole: tutto cambia, e nulla è costante, come un fiume che non cessa mai di scorrere. […] «Non c’è vita più nobile - scrive Ikeda - di quella di una persona che supera una tragedia personale e prosegue lasciando dietro di sé tale risultato per guardare al futuro».
Non si tratta di diventare sordi al distacco, alla separazione da cose e persone amate. Non si tratta neppure di diventare automi capaci di rimuovere i propri sentimenti. […] «Sebbene io avessi ormai da tempo cessato di pensare al mio paese natale – si legge in una lettera di Nichiren Daishonin – ora, vedendo queste alghe nori, mi tornano in mente tanti ricordi che mi rattristano. Sono le stesse alghe che tanto tempo fa vedevo sulle spiagge di Kataumi, di Ichikawa e Kominato. Provo uno strano risentimento vedendo che il colore, la forma e il sapore di queste alghe sono rimasti immutati mentre i miei genitori sono scomparsi, e non riesco a trattenere le lacrime».
Dove sta allora la linea di separazione tra un comportamento umano e un comportamento che logora quel che di umano è in noi? […] Spesso non si rimpiangono le persone per quello che erano, ma per quello che noi eravamo con loro accanto. Il problema è che noi abbiamo basato la nostra serenità sulla loro presenza e soffriamo perché senza di loro ci sentiamo persi. […] Recitare Nam-myoho-renge-kyo non rende immuni dal dolore, ma permette di costruire legami e relazioni d’amore basati sulla Buddità e non sull’egoismo o sull’utilitarismo. Inoltre, è possibile utilizzare il dolore di una separazione per cercare di comprendere cosa intendeva Nichiren Daishonin dicendo che Nam-myoho-renge-kyo è la gioia delle gioie. Essere buddisti non significa fare finta di non soffrire per le cose più naturali di questo mondo: significa sedersi dinanzi al Gohonzon, fossimo anche in lacrime e pieni solo di rimpianti, rabbia, sofferenza, e cercare dentro di noi una spiegazione e un sollievo al dolore che stiamo provando. Perché questa persona non c’è più? Su che cosa era basato il nostro legame? Come posso fare per cambiare il mio karma di soffrire per una, dieci, cento separazioni? Che cosa intendeva dire il Daishonin con il fatto che la vita del Budda è eterna? Ma se noi stessi siamo Budda, allora vuole forse dire che… Impareremo a conoscere, a sentire, a capire. A crescere, ad apprezzare, e perfino a ringraziare. Non ci sarà nessuno, con noi, in quel momento, a sostenerci. Ci sembrerà di cadere in un burrone profondo quanto il vuoto che proviamo dentro. Ma se per una volta proviamo a lanciarci, scopriremo che anche noi possiamo volare.
Abbiamo dieci, cento, mille vite davanti – e un Gohonzon dentro – per capire come fare.
(Marco Bartolotti e Lucy Currò)

Il disordine delle cinque componenti
[…]
Soffro ogni volta che c’è separazione fra me e me. Fra quello che sono e quello che sento. Fra quello che sento e quello che giudico buono, fra quello che giudico buono e quello che desidero. Fra quello che desidero e quello che sono capace di fare.
Soffro quando c’è disordine fra le cinque parti di me. Perché io sono cinque.
[…] Nichiren ha scritto: «On significa aggregato e il primo aggregato è la “forma”, che è tutto ciò che i sensi percepiscono. Il secondo è la “percezione” che significa accettare o prendere qualcosa dentro di sé. Il terzo è la “concezione”, che secondo il Kusha-ron è la formazione di un’immagine mentale. Il quarto è la “volizione”, che significa agire. Il quinto è la “consapevolezza”, che significa discernimento».
[…] Forma, percezione, concezione, volizione e consapevolezza non hanno un ordine, non seguono una linea di tempo. Sono tutte continuamente presenti: sono cinque, funzionano sempre, anche quando sembra di no. Ma perché è così difficile farle andare d’accordo? Il corpo desidera una cosa e la testa un’altra. Soffro. Non riesco a fare quel che ho deciso. Sto male. Sarebbe utile smettere di fumare ma non mi va. La depressione mi inchioda al divano e dentro sento una voglia di correre che impazza. E tutte le altre possibili forme di separazione da sé. Ognuno immagini le sue.
Io so che mi piacerebbe che le mie cinque parti viaggiassero sicure e rapide come quando i ciclisti di una stessa squadra si danno il cambio in testa al gruppo per tagliare l’aria a turno e arrivare più presto che si può. Lo so.
È che non solo ognuno di noi è particolare e unico per come si combinano continuamente i suoi cinque “io”, ma è anche differente a seconda dello stato vitale in cui si trova.
La cosa si complica: i “cinque go-on” combinati coi “dieci mondi”.
[…] Sono nel mondo d’inferno. Il corpo è contratto, nervoso. Vorrei uscire, ma non posso. Dovrei uscire ma è meglio di no. Quando i nostri aggregati funzionano basandosi sul mondo d’Inferno è lui a guidare. E così per tutti gli altri mondi. I cinque go-on formano un essere vivente capace di sperimentare tutti i dieci mondi possibili ma capace anche di trasferirsi istantaneamente in uno degli altri nove.
Sono nel mondo di Bodhisattva. Il corpo è disteso, sereno perché ho deciso che sia così. Voglio uscire e lo faccio. I miei “vorrei” e i miei “voglio” sono dalla stessa parte.
Con questa chiarezza si può vivere e ogni azione a quel punto è spinta dal desiderio autentico che tutte le parti di sé si accordino e che tutti quelli che ci circondano condividano questo stato. […] Sentirsi cioè partecipi della vita universale, non guardando dal fosso dei pregiudizi creati dalla nostra mente illusa, ma dal monte della nostra mente illuminata che sente gioia a essere partecipe della vita universale.
La vita non sono io e i miei dieci mondi. La vita è un po’ di più.

Scaturito alle 21:44 | link | commenti (1)
daimoku, il karma, le otto sofferenze

domenica, 14 novembre 2004

Le otto sofferenze (I parte)

«Questa, o monaci, è la nobile verità sul dolore: la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con ciò che non si ama è dolore, la separazione da ciò che si ama è dolore. Dolore è non raggiungere ciò che si desidera. I cinque legami sono dolore».
Il Budda Shakyamuni, nel suo primo discorso dopo l’Illuminazione, parlò innanzitutto della sofferenza. E otto sono le sofferenze principali da lui individuate. La sofferenza, in passato, era stata il motivo che l’aveva indotto a lasciare i piaceri del palazzo reale, il motore della sua ascesi. Ora, finalmente, poteva spingere gli esseri umani a comprenderne la natura e liberarsene.
La sofferenza – aveva scoperto il Budda – è connaturata alla vita, ma eliminarla vuol dire eliminare la vita stessa, perché il dolore nasce dal desiderio e questo si manifesta subito al primo apparire della vita. È legato al nostro stesso sentire, percepire. La psicoanalisi nel secolo scorso aveva intuito che il dolore è tale soprattutto perché siamo incapaci di dargli un significato. Quindi non è la sofferenza in sé a provocare l’esperienza dolorosa, ma qualcos’altro. Il piano dell’analisi si sposta così dall’oggetto al soggetto, o meglio – secondo il Buddismo – alla relazione tra noi e la sofferenza. Non allontanando la causa, l’oggetto che provoca la sofferenza – agire così ci farebbe vivere come Sisifo – ma lavorarci insieme per scoprirne la natura intima. Per illuminarlo.
La via da seguire è quella della trasformazione. Comprendere, attraverso la nostra natura di Budda – qui e ora – la vera realtà dei nostri attaccamenti, il vero aspetto della nostra relazione con quella sofferenza. E in tale dimensione («lì nella mia terra») saremo poi «liberi e a nostro agio» (Sutra del Loto, cap. XVI).
(Roberto Minganti)

Nascita
[…]
Nel Sutra del Nirvana, a proposito della nascita, sono descritte due sofferenze legate a due momenti differenti: il momento del concepimento, e il momento in cui il bambino sperimenta la sofferenza di uscire dal ventre materno e separarsi dalla madre.

Eppure, per quanto si riesca a parlarne, a comprenderne razionalmente le sfumature, quella della nascita rimane una esperienza lontana, di cui non si mantiene memoria, difficile da riconoscere tra le proprie emozioni. Almeno fino a che la si considera come un evento isolato, circoscritto al preciso momento di venire al mondo. Quante volte in realtà, nella vita, nasciamo? Quante volte capita di dire «mi sento rinata/o»? Come se in noi quella sensazione non fosse affatto sparita, ma rivivesse ogni volta nei momenti critici, quelli in cui tutto fa paura, e ogni cosa crea dolore, ogni tentativo sembra uno sforzo sovrumano. Proprio quando, invece, tutto sembra richiedere la nostra attenzione, la nostra concentrazione, la nostra capacità di sopportare e andare avanti fino all’uscita dal “tunnel”.
Si tratta solo di un uso metaforico delle parole, oppure c’è un profondo, sotterraneo legame tra la sofferenza di nascere e quella di dover ogni volta “rinascere” di fronte a una situazione dolorosa, a un evento terribile, a un limite che si riconosce in se stessi e che non si riesce a superare?
E a nascere non si è mai soli. Si è sempre almeno in due. Io e mia madre, io e l’ambiente che mi accoglie, io e gli altri, io e il Gohonzon. Una causa interna, dentro di me, che mi spinge alla vita, ad affrontare le sofferenze di ogni nascita e rinascita, e una causa esterna che mi aiuta a crescere, a uscire da me stessa e manifestare nell’ambiente, e grazie all’ambiente, il potenziale di vita che le mie cinque componenti contengono. Anche questa è compassione. Anche il risvegliarsi dalla morte, dallo stato di latenza.
Nascere e rinascere dipende dalla compassione che ognuna, ognuno ha coltivato in sé.
(Manuela Vigorita)

Vecchiaia
[…]
Il malessere con cui si guarda alla vecchiaia deriva anche da una visione materialistica della vita. E del tempo. […] Il ciclo produttivo della società è governato dal tempo. Ogni cosa ha la sua durata, prevista, pianificata strategicamente. Definita nei costi. In una civiltà dei consumi che sembra rendere tutto un bene finito, misurabile, contingente. Anche la vita. Nient’altro che un bene deteriorabile. Spesso anche prima della vecchiaia, se non si ha fortuna, se si è nel posto sbagliato e non si fa a tempo a renderlo il posto più giusto del mondo, se si va in guerra, se si è vittime di se stessi.
Cosa faremmo perché quella vecchiaia così spesso negata potesse essere vissuta da tutti quelli che non ce l’hanno fatta, per fame, per guerra, per assenza di diritti civili, per violenza, per debolezza, o per altri motivi, segreti anche a loro. Chissà come sarebbe da vecchio Hendrix, o Fassbinder, o Pasolini, o Virginia Woolf o Che Guevara o Marilyn Monroe…
Quanti meravigliosi vecchi e vecchie ci siamo persi, quanti ce ne stiamo perdendo.
[…] Come tutte le sofferenze, quella della vecchiaia ha origine da ciò che il Buddismo chiama le cinque componenti. […] Sebbene il declino fisico sia un fatto oggettivo, sembra sia proprio l’attaccamento a quella configurazione temporanea che noi siamo, e che si vorrebbe fissare per sempre, uguale a se stessa, a essere in disarmonia con la Legge della vita, in cui tutto cambia, diviene, ha relazioni che sfuggono ai sensi. Viene da chiedersi dove sia la vecchiaia, e chi sia vecchio davvero. Se lo sia chi ha più anni alle spalle o chi eredita un mondo più vecchio. Se sia più vecchio chi nasce oggi, quindi, perché ha tutti gli anni del mondo. Ma allora sarebbero vecchi i giovani. E l’ultimo nato di ogni momento sarebbe il più vecchio di tutti.
[…] Dunque cos’è “vecchio”? È vecchio quell’attimo un attimo dopo, o è vecchio lasciarlo andare senza aver seminato qualcosa? […] Perché invecchiare bene è anche un atto creativo, di autonomia, di apertura mentale, di ampliamento dell’io. Uno degli aspetti più affascinanti del Buddismo è [...] quello di permettere di raggiungere una condizione vitale in cui quel futuro, inseguito o temuto da sempre, si mostri per quello che è: un atteggiamento mentale, un’apertura al mutamento, un’attitudine a mettersi in gioco. Per trasformare definitivamente se stessi, per essere vecchi e vecchie, infine, senza soffrire, senza nemmeno saperlo. Magari con un pizzico di follia infantile negli occhi.
(Vladimiro Conti)

Malattia
[…]
Normalmente la malattia viene vista come una alterazione delle funzioni del corpo. Sia nel caso di una banale influenza che in una malattia incurabile, è sempre e comunque il corpo che si ammala, ed è questo che si tende a curare. Guarire, vivere una vita normale, vuol dire ripristinare le funzionalità della macchina-corpo inceppata. L’equazione sembra semplice: se guarisco sarò felice.
Oggi le scienze mediche hanno dato grandi risposte alle sofferenze umane in termini di possibilità di guarigione da tante malattie un tempo ritenute incurabili.[…] Le malattie, come afferma Nichiren Daishonin, sono di varia natura, la più grave deriva dagli effetti del karma. Per poterla affrontare occorre quindi prendere coscienza di questo e non spostare il problema su un altro piano. […]
Alla malattia si può reagire in diversi modi. In modo passivo, quando si genera uno scompenso esistenziale tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è, e la malattia diventa uno specchio distorto su cui si proietta la disillusione di un futuro diverso da quello sognato: se sono malato allora sono stato sconfitto dalla vita. In modo neutro, quando […] si fa finta di essere sani, e ci si comporta come se la malattia non ci riguardasse. Si continua a curarsi, ma non si prende coscienza del male. Anzi, in questo caso a volte si sviluppa un atteggiamento di competizione col mondo che induce a rapportarsi in modo arrogante e collerico, […] perché non si accetta la condizione di malato che ci appartiene.
In realtà la malattia è una componente della nostra vita e fa parte quindi della serie delle cose normali che dobbiamo affrontare. […]
Per il Buddismo di Nichiren Daishonin lo scopo primario dell’esistenza di un individuo è quello del raggiungimento della Buddità. In questo percorso di autorealizzazione e rigenerazione siamo in grado di pulire tutte le cause negative che risiedono nel karma individuale di ciascuno di noi. […] La sofferenza non sta, dunque, nell’essere malati, ma nella difficoltà di sradicare le cause che ci hanno condotto a vivere la condizione del malato.
Occorre quindi diventare consapevoli della responsabilità che ciascuno di noi ha della sua condizione di vita e far nascere nella profondità del nostro essere il desiderio di risvegliare la Buddità; il che vuol dire affrontare una vita piena e realizzata nonostante i limiti imposti dal nostro karma.
Questo risveglio ci porterà ad avere un rapporto corretto con la malattia trasformandola da limite esistenziale a occasione di crescita spirituale, che andrà a rinvigorire tutto il nostro essere.
(Mimmo Filippone)

Morte
Esistono tre tipi di sofferenza legati alla morte. La sofferenza di chi vive, la sofferenza di chi muore e la sofferenza di chi è morto.
La sofferenza di chi vive è provocata dal pensiero di dover morire, di non sapere quando e di non sapere che cosa succede quando si muore, oppure di sapere che quando si muore si deve lasciare questa vita e ogni cosa e chi si ama, e soprattutto dal pensare che la morte sia la fine di tutto.
La sofferenza di chi muore dipende dalle cause che provocano la morte, dallo stato vitale: è […] un passaggio in cui l’unica cosa che conta è come si è vissuta la propria vita, […] e quello che accade dipende esclusivamente da come abbiamo vissuto, da ciò in cui abbiamo creduto.
Come si sta dopo? La vita universale, l’energia cosmica, essere ricondotti fino alla fine dell’io personale per giungere all’io collettivo del cosmo: dipende come ci si arriva. Lo stato vitale rimane fissato in quello che avevamo al momento della morte.
Nichiren ci avvisa chiaramente: «Le sofferenze diventanonirvana quando si comprende che l’entità della vita umana non viene né generata né distrutta nel suo ciclo di nascita e di morte». […] Ma morte non è solo quando si muore. Ogni volta che ho paura è la morte. È il cambiamenteo, l’instabilità, la perdita, la separazione, la rovina, la distruzione, la condanna, la tragedia, il silenzio e le urla, è il freddo.

Eppure provate a immaginare se si potesse scegliere di non morire, come sarebbe il modo degli immortali? Il sapere di essere mortali ci fa prendere coscienza di cosa significa vivere. […] Senza la morte la nostra vita potrebbe anche non aver senso, potrebbe essere falsa, sprecata, inutile. Invece, grazie alla morte, la vita ha un valore inestimabile.
[...] È l’adesso che fa la differenza. Chi pratica il Buddismo può sperimentare nella sua vita che la morte è un aspetto dell’esistenza, non corrisponde alla fine della vita ma semplicemente a una trasformazione, a un passaggio. […] Nell’Ongi Kuden, in alcuni commenti al Sutra del Loto si legge: «[…] Cercare di separarsi dalla morte e dalla nascita è un’illusione che deriva dal credere che l’Illuminazione si possa raggiungere in un dato momento. Percepire chiaramente che nascita e morte sono due aspetti della vita eterna significa risvegliarsi alla consapevolezza che l’Illuminazione è eternamente dentro di noi. [...] Significa percepire che la nascita e la morte hanno sempre fatto parte della nostra vita».
(Anastasia Brandi)

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martedì, 02 novembre 2004

Le frasi giuste nei momenti giusti

Sarà capitato a tutti, ne sono sicuro: hai un pensiero nella mente, una sensazione nella pelle, un'emozione nata da qualche parte e cerchi un modo per decodificarla, per interpretarla nella maniera migliore. Poi, magari casualmente, sfogli un libro, leggi un articolo da qualche parte e trovi proprio quella stessa emozione, quello stesso pensiero, la tua sensazione, soltanto detta con altre parole, proprio quelle che cercavi. A me è capitato, alcune volte, e sono volte che non dimentico, ancora. E anche ieri, dopo il gongyo mattitutino, pensavo - o meglio, assaporavo - quella sensazione di leggerezza e allo stesso tempo di carica interiore che dà la cerimonia del gongyo, eproprio ieri, la frase nella guida quotidiana di Ikeda (Giorno per giorno, Esperia edizioni) era la seguente: "Il Daishonin ci ha insegnato che attraverso la recitazione di gongyo e daimoku possiamo raggiungere uno stato vitale elevato in cui, pur restando nella vita di tutti i giorni, viaggiamo attraverso l'universo. Quando lodate il Gohonzon, la porta del vostro microcosmo si apre all'universo e voi sperimentate un'infinita gioia. Proverete un senso di soddisfazione e saggezza, come se l'infinito universo fosse nelle vostre mani".

Ecco. Le parole che cercavo, e che mai avrei trovato, forse. Ma la sensazione, è proprio questa. Provare per credere! ;)

Scaturito alle 09:06 | link | commenti (2)
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